Serpenti. Parzialmente velenosi.
di Samuel Cogliati Gorlier •
Serpenti, il nuovo film di Roberto De Paolis è, in un certo senso, neorealismo del XXI secolo. Lo dico subito: il lungometraggio non è pienamente convincente. Il soggetto è deboluccio, il finale banalotto. L’andamento vezzosamente un po’ lento e, nonostante duri un’oretta e mezza, è quasi un po’ lungo. Diciamo che la seconda parte, prevedibile e involuta, lascia a desiderare.
Tuttavia i suoi pregi sono reali. Se la pellicola si presenta come una sorta di commedia amara, i suoi toni talora affettatamente grotteschi sono ben calibrati. L’intento di proporre una rappresentazione caricaturale del mondo in cui viviamo va oltre l’obiettivo preposto: guardando addentro il primo episodio (al commissariato) e il secondo (al bar), si ritrova l’Italia del 2026 fedelmente riprodotta. Certo, non si tratta forse della quotidianità di ciascuno di noi, bensì di vicende un po’ avventurose, ma in fondo ogni italiano che guardi queste situazioni si riconosce in traversie analoghe. Sappiamo che le cose sono, vanno davvero così. E un po’ fa (sor)ridere, un po’ attizza una rabbia difficile da contenere. Pur con il pretesto di parlare di altro, Serpenti è il racconto autorevole di un Paese in declino (definitivo).
Si aggiungano un paio di ottime recitazioni (Alessandro Borghi e Pietro Castellitto, che si conferma sulla buona strada per superare il padre), un bel montaggio, una buona colonna sonora, e il gioco è fatto. Vale la pena vedere questo film, esempio non così frequente di un cinema italiano che ha qualcosa da dire. •
scrivi a cogliati@possibiliaeditore.eu
