«Canterò soltanto il tempo» – in morte di Francesco Guccini
di Giorgio Fogliani •
Un tratto della contemporaneità, come dicono quelli bravi, è che finiamo per parlare sempre di noi stessi. Che si tratti della Palestina o dei mondiali di calcio, è tutto un posizionarsi, un dare agli altri un’idea di sé stessi, o anche solo specchiarcisi dentro. D’altra parte, non è tutta colpa nostra, sono decenni che ci viene fatto credere che valiamo moltissimo, ingrassando il nostro individualismo.
Con la morte di Guccini accade un po’ lo stesso: commemoriamo lui, ma celebriamo (o compatiamo) noi stessi, il nostro rapporto con le sue canzoni, quello che ci hanno lasciato. Senonché, spesso sono ricordi collettivi, perché le canzoni di Guccini, per chi le ha amate, sono state esperienze condivise: con un familiare, con gli amici, con una persona amata, con una comunità di appassionati che si annusa e si riconosce a vicenda, e che in questi giorni si scambia ricordi, canzoni preferite, scrive a qualcuno che non sentiva da un po’, o sfida la canicola per cantare in pubblico le sue canzoni.
La dimensione plurale, in Guccini, è sempre stata importante – i suoi concerti erano un rito collettivo, il suo progressismo faceva venire voglia di unirsi – ma la sua poetica contemplava spesso e volentieri i solitari: dal Frate al Pensionato, dall’io irrisolto di Autogrill a quello contemplativo delle Canzoni di notte, a quello solo alle quattro del mattino; dall’adolescente Samantha alla coppia triste di Inutile, fino alle figure letterarie delle Bovary, dei Don Chisciotte e degli Odisseo di fine carriera. Intimo e privato, del resto, era stato anche il ritiro di Guccini, finalmente pacificato sul suo Appennino, da cui si concedeva sporadiche apparizioni pubbliche.
Non sappiamo la verità, ma ci piace pensare che sia morto sereno, nel luogo che desiderava, avendo detto ciò che intendeva dirci, senza troppi compromessi, sapendo di essere amato come padre nobile del cantautorato italiano. (Ci piace pensarlo perché è consolatorio, ovviamente).
Per alcuni, Guccini è stato prima di tutto un compagno, nel senso politico del termine, e la sua morte, in questi tempi di solitudine e crisi d’identità della sinistra, ha certamente un che di simbolico. Chi lo ha seguito di più sa però che dalla militanza pura e da certe definizioni si era sempre schermito, rivendicando piuttosto il suo essere, né più né meno, uno che scriveva canzoni. In questo smarcarsi c’era, va detto, un po’ di understatement, che non gli impediva, nel frattempo, di cantare i partigiani (Su in collina), Che Guevara e Carlo Giuliani, di trasformare Don Chisciotte in un eroe anticapitalista o di mettere Per i morti di Reggio Emilia in apertura di un album di cover, uscito sottovoce, solo su disco, nel 2022.
La gran parte dei suoi pezzi, comunque, parlava d’altro: d’amore, di vita, di morte (tantissimo, sin dal primo album e nel primo pezzo di ogni live), ma soprattutto del tempo, come aveva avvisato programmaticamente (Il tema, 1970) in uno dei primi dischi. Attorno, una poetica di piccole cose quotidiane che sarebbero piaciute a Gozzano, e uno speciale gusto per un umorismo da balera (Opera buffa, I fichi, Al trist), frequentato di rado ma ben noto a chi lo conosceva (Paolo Conte, in questi giorni, lo ha salutato come un grande raccontatore di barzellette).
Guccini è stato soprattutto uno che con le parole faceva quello che voleva, che faceva rimare, come notava Eco, amare e Schopenhauer, che cantava la parietaria attaccata ai muri e quella Weltanschauung sua stramba, un versificatore finissimo e irriverente. Luca Sofri ha scritto: «Un suo verso non mi ha mai fatto cadere le braccia, mai»(1). Forse a me qualcuno sì, ma persino Omero, diceva Orazio, ogni tanto sonnecchiava.
Ecco allora, per quando gli algoritmi avranno smesso di parlarci di Guccini, una piccolissima antologia di versi che nessun altro, credo, avrebbe scritto:
Settenari (+ quinari)
E già sentiva in faccia
l’odore di olio e mare
che fa Le Havre
(Amerigo, 1978)
In tutto somigliante
al solito locale
ma il bere non si paga
e non fa male
(Gli amici, 1983)
Brindo a Cenne e a Folgóre
(Canzone dei dodici mesi, 1972)
L’angoscia un po’ di vino
(L’avvelenata, 1976)
Poi piovve all’improvviso
Sull’Amstel, ti ricordi
(Canzone delle situazioni differenti, 1974)
A chi è triste di suo
Come un limone
Già adoperato
Dà ancora più tristezza
[mangiar male]
(Inutile, 1983)
Trasformando dal vivo
Cromosomi corsari
(Culodritto, 1987)
Novenari
E il vecchio frigo è ripartito
Con i suoi toni rochi e tristi
Scatarra versi futuristi
(Black-out, 1981)
Stoviglie color nostalgia
(Incontro, 1972)
Decasillabi
Spuntano a grappi i frutti del melo
(Lettera, 1996)
Endecasillabi:
Io appena giovane sono invecchiato
(Canzone per Piero, 1974)
È in gamba sai, legge Edgar Lee Masters
(ibidem)
Amore e ecologia lassù nel Maine
(100, Pensylvania ave, 1978)
Con foto di famiglia e paletot
(Eskimo, 1978)
Perché a vent’anni è tutto chi lo sa
(Ibidem)
Come si porta un maglione sformato
[su un paio di jeans]
(Farewell, 1993)
La casa sul confine della sera
(Radici, 1972)
Cifrava il rebus dei cumulonembi
(Inutile, 1983)
Dodecasillabi
Cantare il tempo andato sarà il mio tema
(Il tema, 1970)
Auto ferme ci guardavano in silenzio
(Incontro, 1972)
Ogni giorno è un altro giorno regalato
(Canzone di notte n° 3, 1987)
L’angoscia che dà una pianura infinita
(Quello che non, 1990)
Le Alpi, si sa, sono un muro di sasso
(Æmilia, 1990)
[fotografia © Giorgio Fogliani]
[(1) Playlist. 3485 canzoni, Altrecose, 2025.]
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