È nato il Chianti rosé

di Fabio Pracchia •

 

Da qualche settimana il disciplinare del Chianti Docg comprende una significativa modifica che prevede l’immissione sul mercato di una nuova tipologia di vino: il Chianti rosé.  Il nuovo vino dovrà contenere un minimo di sangiovese per il 50%, il resto dell’uvaggio potrà essere composto dai seguenti vitigni ammessi: cabernet franc, cabernet-sauvignon, canaiolo, chardonnay, ciliegiolo, colorino, malvasia bianca lunga, merlot, montepulciano, pinot grigio, sauvignon blanc, syrah, trebbiano toscano, vermentino e vernaccia di San Gimignano.

Un’altra importante novità sancita dal decreto dello scorso 5 giugno è la creazione di una nuova sottozona la Terre di Vinci che si aggiunge alle 7 sottozone esistenti: Colli Aretini, Colli Fiorentini, Colli Senesi, Colline Pisane, Montalbano, Montespertoli, Rufina, e ricade integralmente nel comune di Lamporecchio in provincia di Pistoia.

Per il presidente del Consorzio Giovanni Busi, l’introduzione di queste novità permetterà al Chianti di entrate in un segmento di mercato in forte espansione e di affrontare al meglio la stagione calda, periodo nel quale le vendite di chianti subiscono un naturale rallentamento.

L’introduzione di una nuova tipologia è una delle innovazioni più importanti degli ultimi anni perché va a incidere sull’immaginario che il territorio del Chianti è riuscito a costruire in diversi secoli. Perché se è vero che agli inizi della sua storia il vino del Chianti è riportato anche come bianco, come risulta in un documento del 1398 tratto dall’archivio pratese del celebre commerciante Francesco Datini, è con il rosso che il Chianti si afferma nel mondo come vino di qualità.

L’avvento del rosé quindi è un fatto storico che va registrato secondo plurimi aspetti. Prima di tutto vi sono fattori climatici. A causa del cambiamento climatico le ultime vendemmie hanno condizionato la qualità del sangiovese. La nuova tipologia permette una minore quantità di questo particolare e delicato vitigno, rispetto al disciplinare del rosso la cui quantità è fissata al minimo del 70%, e soprattutto una messa in commercio nell’anno stesso della vendemmia. Tali aspetti consentirebbero una diminuzione del vino in giacenza in cantina che nell’anno in corso ha registrato un notevole aumento percentuale (i dati dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari – Icqrf – di maggio 2026 dicono che rispetto a un anno fa l’Italia conta uno stock di vino pari a 2,5 milioni di ettolitri in più, con un incremento del 5,4% a cui vanno aggiunti 4,2 milioni di ettolitri di mosti, anche questi ultimi in aumento del 37,4% rispetto allo stesso mese del 2025).

Da un altro punto di vista la tipologia segna un ulteriore e benvenuto distinguo tra il Chianti e il Chianti Classico.  Se la confusione tra questi due territori è frutto di una storia complessa e avvincente che riguarda la storia geopolitica del vino italiano e trattata dal mio libro per Possibilia, Chianti, Storico, classico, esteso, l’era moderna ha visto un sovrapporsi di iniziative di promozione dei due territori che hanno inasprito le relazione tra i rispettivi consorzi.
La nuova tipologia potrebbe suggerire finalmente due strade diverse: il Chianti Classico verso l’interpretazione del territorio storico con rossi d’eccellenza in grado di competere con i grandi vini del mondo, il Chianti nella direzione di produzioni più quotidiane, accessibili e commerciali di cui il rosé rappresenta l’ultimo scarto rispetto alla confusione storica.

Con buona pace di chi vorrebbe cristallizzate le identità dei territori a scapito dei processi ecologici, economici e commerciali che modificano le strutture inerenti al mondo viticolo, il chianti rosé potrebbe rappresentare una discontinuità positiva con il passato rendendo finalmente evidente la differente natura di due denominazioni che la storia ha voluto confondere con il medesimo nome.

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